BENVENUTƏ
FAMUVILLAGGIO
DEL SOLE
Uno spazio urbano inesplorato, luogo di passaggio della città, sia fisico che emotivo, che oggi puoi esplorare grazie al percorso museale a cielo aperto del FAMU, che invita a esplorare confini, reali e simbolici, dei nostri spazi quotidiani.
TUTTI FRUTTI
op 1.1

Memorie nella corteccia
di Loxodonta cyclotis
Davanti all’ingresso della scuola Tiepolo, troviamo un’installazione involontaria e potente. I loro tronchi chiari, segnati dal tempo e dalle intemperie, appaiono come zampe di elefanti: rugose, solide, antiche. Le incisioni sulla corteccia evocano il vocabolario di una comunità, non troppo lontana nel tempo, che ha lasciato traccia del proprio passaggio.
Gli alberi diventano archivio silenzioso di generazioni di studenti, custodi di storie incise e di un dialogo continuo tra crescita umana e crescita naturale.
> materiali: Alberi di betulla, corteccia incisa, terra, marciapiede, ragazzi che escono da scuola
op 1.2

L’Alveare
di Geometra Bruno Favo
Il Geom. Bruno Favo ci stupisce con un nuovo progetto artistico, integrato in facciata modulare con elementi in vetrocemento dal ritmo esagonale. L’effetto visivo richiama immediatamente la struttura di un alveare: una trama ordinata, ripetitiva e allo stesso tempo vibrante, capace di filtrare la luce e trasformarla in materia architettonica.
Le finestre non sono più semplici aperture, ma celle luminose che suggeriscono un’idea di collettività e interdipendenza. Come in un alveare, ogni modulo sembra parte di un organismo più grande, dove il singolo elemento contribuisce all’equilibrio dell’insieme. L’abitare urbano come esperienza condivisa.
> materiali: Cemento e mattoni, intonaco, vetrocemento, finestre in pvc
op 1.3

Conchiglia
di Volt Paguro
Come una conchiglia custodisce il suono del mare, così questo frammento di metallo sembra proteggere un mistero nascosto: fili, connessioni, energia che scorre silenziosa sopra e sotto la superficie della città.
L’opera gioca sull’ambiguità tra linguaggio e funzione, tra ciò che è e ciò che viene nominato. Basta una parola per spostare lo sguardo e attivare l’immaginazione: il dispositivo elettrico diventa oggetto simbolico, custode invisibile di un mondo che tiene in vita la luce urbana.
> materiali: Sportello tecnico per cablaggi di lampione, metallo, vernice serigrafata
op 1.4

Arco di Trionfo
di Custodi del Quartiere
Un ingresso trionfale, semplice e profumato, si apre tra i palazzi del quartiere: un arco vegetale intrecciato di rosmarino e piante rampicanti che accompagna il passaggio verso uno spazio nascosto. Oltre la soglia, il giardino si rivela come un piccolo mondo protetto, custodito con cura dagli abitanti. Qui crescono trifogli e margherite, e compaiono funghi dall’aspetto magico, come se la natura avesse deciso di raccontare una fiaba silenziosa. L’opera non è solo un varco fisico, ma un rito di passaggio: dall’asfalto al verde, dal rumore alla quiete, dall’individuale al collettivo.
L’arco vegetale diventa simbolo di protezione e accoglienza allo stesso tempo. Un confine morbido, una soglia viva, che invita a entrare con rispetto. È la dimostrazione che anche in contesti urbani densi può esistere uno spazio dove la comunità coltiva non solo piante, ma relazioni, immaginazione e cura reciproca.
> materiali: Struttura ad arco in metallo, spago, rosmarino, piante rampicanti, vegetazione spontanea, terra comune
op 1.5

Sculture vive - performance
di Martina Abramović
Ciò che resta di un albero tagliato, emerge dal suolo come una base monumentale. Con il suo diametro imponente, superiore al metro, si presenta come un piedistallo perfetto: solido, circolare, centrale. Ma su questo piedistallo non è collocata alcuna statua permanente. L’opera si compie solo quando qualcuno decide di salirci sopra. Bambini che si arrampicano, adulti che si siedono a mangiare, amici che si danno appuntamento, passanti che lo usano come appoggio improvvisato. Ogni gesto trasforma il ceppo in palcoscenico. Il tronco, un tempo verticale e vivo, continua a generare vita in altra forma: diventa supporto per sculture temporanee, performance quotidiane, presenze che si alternano e si dissolvono. Non celebra eroi, ma la normalità del vivere insieme.
L’opera Sculture vive ribalta l’idea tradizionale di monumento: non è la statua a essere eterna, ma la possibilità di relazione. È la comunità che, giorno dopo giorno, anima e rinnova l’opera.
> materiali: Ceppo di albero tagliato (diametro oltre 1 metro), legno naturale, radici profonde, superficie con cerchi in bassorilievo, terra ed erba verde, aiuola pubblica
op 1.6

Appello pubblico
di Lupin III
In un angolo della piazza compare un cartello semplice, che recita: “Aspettiamo fiduciosi la restituzione del quadro.” L’opera nasce da un’assenza (un quadro scomparso) e si trasforma in gesto pubblico. Il cartello rende visibile ciò che solitamente resta sussurrato tra le scale: sospetti, tensioni, piccole fratture nel delicato equilibrio del vivere insieme. Allo stesso tempo, la scelta della parola “fiduciosi” sposta il tono dalla rabbia alla possibilità di ricomposizione.
Appello pubblico mette in scena il fragile rapporto tra vicini di casa, fatto di prossimità forzata, confini sottili, gelosie e sfide silenziose. Ma suggerisce anche che la fiducia, pur incrinata, possa essere dichiarata e offerta come atto coraggioso. Il cartello diventa così uno specchio della comunità: un invito implicito a scegliere tra conflitto e responsabilità condivisa.
> materiali: Cartello cartaceo, pennarello/ stampa, nastro adesivo, angolo condominiale
op 1.7

Tra le righe
di Già Pomodoro
Nessuna maniglia, nessuna soglia, solo la traccia di ciò che potrebbe essere stato o potrebbe ancora essere, ma in un’altra dimensione.
Righe verticali sostengono il mercato coperto del quartiere. Allineati, ripetuti, apparentemente neutri, disegnano una trama regolare nello spazio. Ma è proprio tra queste righe che accade l’opera: ogni settimana, vi si intrecciano persone e storie, mani che scelgono la frutta, racconti scambiati sopra cassette di verdura, saluti frettolosi e soste inattese. I vuoti tra le strutture diventano luoghi di relazione: puoi attraversarli, fermarti, nasconderti per un momento, osservare senza essere visto.
Gli elementi architettonici inseriti in questa “piazza coperta” dall’artista Già Pomodoro, rappresentano lo scheletro dell’opera, ma è la comunità a darne il senso. Tra le righe suggerisce che la città non si legge solo nelle sue strutture portanti, ma negli interstizi dove si accumulano gesti quotidiani e micro-narrazioni. Così come un mercato, ciascun luogo di ritrovo e attraversamento pubblico, diventa così un testo aperto, scritto e riscritto ogni settimana da chi lo abita.
> materiali: Pilastri strutturali in cemento e acciaio, copertura del mercato, banchi mobili, frutta e verdura, voci, corpi in movimento
op 1.8

Seduta necessaria
di Mastro Vicino
Nel giardino comune tra i palazzi, ai piedi di un albero, un’opera quasi invisibile, realizzata con materiali comuni, acconta una storia di necessità e iniziativa. L’artista Mastro Vicino non segue canoni estetici né proporzioni accademiche: i sassi sono irregolari, la malta visibile, le linee imperfette. Eppure, sulla sommità, una pietra ben posata crea un piano stabile e sorprendentemente comodo per sedersi.
Un’architettura minima, spontanea, che sfida l’idea di “brutto” e restituisce valore all’azione concreta di chi abita il luogo. Un apparente muretto in pietra imperfetto, si propone come atto di appropriazione gentile. Un invito per la comunità ad agire, anche senza permessi o progetti ufficiali, per costruire relazioni a partire da una semplice seduta in pietra.
> materiali: Sassi irregolari di fiume, malta cementizia, lastra in pietra, albero ombreggiante, erba verde, terra, giardino condominiale
op 1.9

Identitât tal balcón
di Gianni da Udin
Affacciate al parapetto di un balcone, le bandiere friulana e italiana dialogano tra loro mosse dallo stesso vento. L’autore, noto per le sue opere caratterizzate dalla stratificazione di appartenenze, ci propone una nuova installazione di geografia affettiva: lo spazio domestico diventa luogo di espressione identitaria, soglia tra privato e collettivo. Cosa significa per te essere friulano? Territorio, lingua, storia, cittadinanza: Il tessuto che sventola diventa metafora di identità in movimento: un manifesto silenzioso di memoria, orgoglio e pluralità.
> materiali: Bandiere del Friuli e della Repubblica Italiana, tessuto, aste, balcone residenziale
op 1.10

Un pò di casa mia
di Dragostea Din Tei
Una parabola satellitare di Orange TV Romania si affaccia silenziosa, tra altre compagne antenne, in un angolo della facciata di un edificio. Oggetto tecnico, pensato per captare segnali invisibili, apparentemente anonimo, diventa qui simbolo di connessioni più profonde.
È una parabola che “parla” un’altra lingua. Attraverso di essa viaggiano notizie, voci familiari, programmi televisivi, partite, canzoni: frammenti di casa che attraversano lo spazio e riducono le distanze. L’opera racconta di chi abita il quartiere e porta con sé una geografia affettiva fatta di partenze e ritorni immaginati. In quel disco rivolto verso il cielo si concentrano malinconia e desiderio di appartenenza: la necessità di restare aggiornati, ma anche di non perdersi. La migrazione diventa così un dialogo continuo tra qui e altrove, tra presente e radici.
> materiali: Parabola satellitare Orange TV (Romania), metallo, plastica, cavi, facciata urbana
op 1.11

Il Torsolo del Grande Cedro
di Barouk
In un angolo del quartiere, troviamo un maestoso Cedro del Libano, piantato negli anni ’60 durante la costruzione delle abitazioni che oggi lo circondano; il tronco dell’albero, con un diametro che supera il metro, domina la scena come una presenza antica e silenziosa, custode di memoria e trasformazioni urbane.
Ai suoi piedi giace il grande torsolo, ciò che rimane di un frutto immenso dopo un nutrimento collettivo. Il gigante vegetale, così immerso nel paesaggio della città, ha ormai imparato a produrre oggetti solidi e urbani.
> materiali: Cilindro in cemento forato, suolo urbano, Cedro del Libano (Cedrus libani)
op 1.12

Un cuscino per sognare
di Roger Federa
Una scultura ambigua e potente realizzata con materiali di recupero: può essere scarto, può essere rifugio, può essere traccia di un passaggio invisibile. Collocato in un porticato pubblico del quartiere, un oggetto fragile e domestico, espone ciò che solitamente appartiene al privato, suggerendo una riflessione sui confini tra casa e strada, tra cura e abbandono.
Chi occupa gli spazi della città e in quali condizioni? Quel materasso, apparentemente fuori posto, ci invita a pensare allo spazio pubblico come un luogo accessibile, casa di tutte e tutti, fatto per accogliere.
> materiali: Materasso dismesso, tessuto imbottito, polvere urbana, porticato pubblico
TRICK
op 2.1

La meglio gioventù
di Luigi Lo Sfascio
Un dispositivo ottico diffuso mimetizzato nell’edilizia residenziale. La facciata, scandita da una griglia apparentemente innocua di aperture domestiche, rivela la sua vera vocazione: osservare la vita che scorre a quota marciapiede.
Le finestre, infatti, funzionano come piccole postazioni di vedetta urbana: punti di monitoraggio affettivo-generazionale orientati strategicamente verso la strada. Una denuncia sull’abitare come pratica di sorveglianza.
In quest’opera il condominio non è più soltanto contenitore di vite, ma vero e proprio strumento ottico collettivo.
> materiali: Calcestruzzo, intonaco civile, serramenti in pvc, vetrocamera, parapetti metallici
op 2.2

Dune
di Talpa Tremors
L’artista Talpa Tremors torna a far parlare di sè con l’opera di land art Dune. Un’ampia trasformazione paesaggistica si manifesta con una serie di grandi rigonfiamenti del suolo che attraversano il prato con determinazione ingegneristica.
La superficie erbosa, apparentemente tranquilla, tradisce un’intensa attività ipogea. I rialzi del terreno sembrano disegnare una viabilità clandestina, introducendo così la sottile tensione tra controllo umano e operatività animale indifferente al regolamento edilizio.
> materiali: Prato pubblico, terreno compattato, manutenzione discontinua
op 2.3

Danze di Ermergenza - performance
di Roberto Folle
A forte potenziale coreografico, l’opera Danze di Emergenza organizza lo spazio attraverso tre tubi neri emergenti dal suolo, disposti con sorprendente rigore planimetrico. I tre elementi verticali funzionano infatti come vertici di uno spazio invisibile: delimitano un perimetro minimo, ma sufficiente all’attivazione di pratiche performative spontanee. Il prato circostante diventa così pavimento cerimoniale non dichiarato, pronto ad accogliere coreografie emozionali, danze di quartiere e liturgie a bassa intensità.
> materiali: Tubi in pvc nero, terreno erboso, impiantistica interrata
op 2.4

Shoefiti Ritual
di Collettivo Ollie
La copertura del Parco Ardito Desio, noto come “parco di cemento” e luogo di ritrovo della comunità skater, diventa supporto espositivo non autorizzato: un insieme di scarpe penzola sospeso sopra le teste dei frequentatori. Appese per i lacci a coppie, intrecciate alla struttura, le calzature diventano segni visibili di passaggi, conquiste e appartenenze: un intervento minimo ad alta quota simbolica del Collettivo Ollie. Nel gesto di lanciare le scarpe si concentra un rito di passaggio: la fine di un ciclo, la celebrazione di un nuovo trick imparato, l’usura definitiva di un paio che ha accompagnato cadute e progressi. Ogni scarpa racconta una storia di tentativi, errori, perseveranza. Ma l’opera è anche forma di marcatura del territorio. Come un graffito tridimensionale, lo shoefiti rivendica uno spazio, segnala uno skate spot, dichiara la presenza di una comunità.
Tra rito, arte urbana e appropriazione simbolica, le scarpe appese diventano monumenti leggeri alla cultura di strada: tracce di chi ha abitato quel luogo con il proprio corpo, lasciandolo “appeso al cielo”.
> materiali: Sneakers usate, lacci annodati, eco mediatica di Pippi Calzelunghe in televisione
op 2.5

Soglia per fioriture impazienti
di Vera Prima
Comparsa paesaggistica a intermittenza stagionale, l’opera si manifesta solo in condizioni di fiducia climatica moderata. Non è sufficiente il primo tepore primaverile: è richiesta una combinazione più raffinata di sole obliquo, terreno tiepido e ottimismo locale non verificato. La soglia si attiva lungo l’intersezione delle due file di alberi; ai piedi, i crocus, dai colori bianchi e viola alternati con disciplina quasi cerimoniale, segnalano la presenza del passaggio pur senza garantire l’effettiva operatività.
> materiali: Crocus bianchi, crocus viola, doppi filari arborei intersecati, prato coltivo a wild flowers stagionale, umidità residua
op 2.6

Porta per il Sottosopra
di Daffer Fradis
Installazione site-specific prodotta dai Daffer Fradis, l’opera si configura come varco temporaneamente dismesso. Secondo la versione ufficiale non verificabile, la struttura sarebbe ciò che rimane di un set secondario utilizzato durante le riprese della quinta stagione della serie tv Stranger Things: una porta di collegamento con il Sottosopra, successivamente neutralizzata e messa in sicurezza con dispositivi standard da cantiere.
Le transenne, avvolte in rete arancione ad alta visibilità, svolgono una doppia funzione: protezione pubblica e contenimento dimensionale. Il perimetro circolare suggerisce la presenza di un asse rotazionale come possibile punto di torsione tra piani di realtà contigui.
> materiali: Transenne metalliche, rete arancione, segnaletica riflettente, piattaforma rotante
op 2.7

La culla dei pensieri
di RampaDario
Formalmente si presenta come una pool da skate; funzionalmente opera come dispositivo di trasformazione emotiva. La Culla dei Pensieri sfrutta la concavità strutturale per convogliare corpi, traiettorie e stati d’animo verso il centro di gravità del quartiere.
La depressione del suolo non è soltanto geometrica, ma simbolica: qui si depositano pensieri ingombranti, frustrazioni, arrabbiature a bassa risoluzione. L’atto di scendere diventa fase necessaria di compressione; la risalita, inevitabile per legge fisica e volontà, si configura come rampa di rilancio energetico. Le superfici graffitate registrano sedimentazioni successive di identità e linguaggi, trasformando la vasca in archivio dinamico di tensioni urbane. Ogni curva è insieme contenimento e propulsione.
L’opera suggerisce che non tutte le cadute siano fallimenti: alcune sono progettate. E quando la gravità è accettata come alleata, anche il punto più basso può diventare trampolino
> materiali: Calcestruzzo armato sagomato, vernice blu, graffiti stratificati, bordo ceramico
FAMUVILLAGGIO DEL SOLE
il museo di UDINE
A CURA DI
Curatela e coordinamento
Giulia Cerrato
Benedetta Giacomello
Co-creazione tour virtuale con le ragazze e i ragazzi del Punto Luce Udine e doposcuola curato da GetUp presso la scuola secondaria di primo grado “G.B.Tiepolo”:
Teodora
Anita
Aurelia
Mattia
Meglina
Rei
André
Eleonora
Damian
Sean
Rihab
Mohamed
Kadijia
Ivenilde
Jamal
Davide
Gaia
Kendric
Jessica
Federico
Yan
Matias
Alessandra
Giacomo
E con le operatrici
Amalia Fernandez
Beatrice Gaspardo
Francesca Amadio
Luciana Zannier
Composizione Fotografica
Alice Durigatto
ARTI URBANE FEST
un percorso creativo a vocazione sociale attraverso i linguaggi della mediazione artistica, narrazione, urbanistica e multimedialità
a cura di Invasioni Creative e Corsia d’Emergenza
PARTNER
Comune di Udine, Cas’Aupa, Officine Giovani Hub, GetUp e Punto Luce – Save the Children, TumblerArt e Creazioni Indigeste
CON IL SOSTEGNO
FAke
MUseum
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FAMU born in Udine (IT) and experimented in Turin, Pordenone, Trieste, Gorizia and Gjirokastra (AL) .
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